Cercare un figlio over 40: tra biologia, stili di vita e reale consapevolezza. L’intervista al Prof Tullio Ghi
Cercare una gravidanza in età matura è ormai una realtà comune per moltissime donne e coppie: tra il desiderio di maternità e le tappe della vita professionale o personale, capita sempre più spesso di affacciarsi al progetto di un figlio intorno ai 35 o 40 anni.
In questo percorso, tuttavia, ci si trova frequentemente bombardati da messaggi opposti: da un lato la narrazione allarmistica sull’orologio biologico che genera ansia e pressione psicologica. Dall’altra il desiderio di maternità può rendere vulnerabili di fronte a chi promette scorciatoie facili e rimedi prodigiosi. È bene fare attenzione: dietro a molte di queste soluzioni non scientifiche si nascondono vere e proprie speculazioni economiche, trattamenti onerosi che non garantiscono alcun beneficio clinico e rischiano solo di generare false speranze.
Ma qual è la reale situazione biologica oltre i 40 anni? Quando ha senso tentare per vie naturali, cosa può fare lo stile di vita e quando invece è opportuno consultare uno specialista? Per fare chiarezza con equilibrio, rigore scientifico ed empatia, abbiamo intervistato il Prof. Tullio Ghi, uno dei massimi esperti italiani di ostetricia e medicina materno-fetale.
L’evoluzione sociale e l’orologio biologico
Professore, la sua carriera si snoda lungo 25 anni di attività. Come si è evoluto l’approccio medico verso le donne che cercano una gravidanza in età matura?

«Nel corso della mia carriera ho notato un ricorso sempre maggiore delle coppie all’assistenza da parte di team specializzati per l’ottenimento di una gravidanza. Si tratta di una diretta conseguenza dell’evoluzione epidemiologica della nostra società: negli ultimi 40 anni l’età media delle donne alla ricerca del primo figlio è progressivamente aumentata, attestandosi in Italia tra i 31 e i 32 anni. Questo significa che una quota consistente di donne tenta di concepire ben oltre questa soglia.
Dal punto di vista biologico, la finestra ottimale per la fertilità femminile si colloca tra l’età post-menarca e il passaggio tra la fine dei vent’anni e l’inizio dei trenta. Successivamente si assiste a un fisiologico declino del tasso di fertilità, che diventa significativo dopo i 35 anni e rilevante oltre i 40.
Le scelte di vita e professionali di oggi hanno cambiato la tempistica della pianificazione familiare. Quando la gravidanza non arriva nei tempi desiderati, la pressione sociale e la preoccupazione spingono le coppie a rivolgersi al ginecologo molto più frequentemente rispetto al passato per comprendere il proprio stato di fertilità e valutare i giusti passi da compiere.»
Oltre il terrorismo psicologico: valutare la riserva ovarica
C’è molta narrazione allarmistica sulla fertilità over 40. Come definire questo percorso tra reale consapevolezza e serenità?
«Il confine è sottile. Che il potenziale riproduttivo femminile si riduca con l’età è un dato di fatto scientifico. Clinicamente inquadriamo questa riserva attraverso due esami principali:
-
Il dosaggio dell’ormone antimülleriano (AMH): un prelievo di sangue che stima la quota di follicoli ovarici allo stadio iniziale.
-
L’ecografia per la conta dei follicoli antrali: un’indagine visiva diretta della riserva ovarica.
Con gli anni sia la conta follicolare sia i livelli di AMH diminuiscono, registrando una flessione marcata dopo i 35 anni. A questo fattore quantitativo si aggiunge quello della qualità ovocitaria. A differenza degli spermatozoi maschili, che si rinnovano continuamente ogni due mesi e mezzo, il patrimonio di ovociti è presente fin dalla vita intrauterina e non si rigenera.
Un ovocita di una donna di 38 o 40 anni ha sulle spalle il peso del tempo: può avere difficoltà a farsi fertilizzare o dar vita ad embrioni con alterazioni cromosomiche che non riescono a impiantarsi o che causano interruzioni precoci di gravidanza. Non a caso, il tasso di abortività spontanea aumenta dopo i 40 anni.
Tuttavia, occorre fare attenzione a non trasformare la realtà biologica in un terrorismo psicologico. La donna di oggi vive un conflitto strutturale: da un lato la biologia chiede tempi precoci, dall’altro la società e il contesto socio-economico non sempre supportano la maternità giovanile. La risposta sta nell’affrontare la ricerca con consapevolezza medica, ma senza panico.»
“Memoria biologica” e tempistiche per la ricerca naturale
Aver già avuto figli in passato cambia le probabilità a 40 anni? E quanto tempo ha senso tentare naturalmente?
«Formalmente la biologia non perdona: una donna che ha concepito a 30 anni e ci riprova a 40 incontra le medesime difficoltà legate all’invecchiamento ovocitario. Chi ha però una storia ostetrica alle spalle ha già dimostrato che i meccanismi riproduttivi della coppia funzionavano, mentre alla prima gravidanza a 40 anni l’intero quadro è ancora da verificare.
Per chi desidera concepire naturalmente over 40, il consiglio clinico è di tentare per circa sei mesi. Se entro questo arco temporale la gravidanza non arriva, è opportuno eseguire approfondimenti mirati con lo specialista. L’età rende la strada più in salita per via di un tasso di fertilità per ciclo più basso, ma non rende affatto impossibile il concepimento naturale.»
Stili di vita, ipotalamo e il mito del “ringiovanimento”
Quale ruolo giocano le abitudini quotidiane e la medicina integrativa?
«Uno stile di vita sano è un pilastro fondamentale:
-
Eliminare il fumo ed evitare l’alcol.
-
Seguire un’alimentazione equilibrata mantenendo il peso forma.
-
Praticare un’attività fisica regolare.
-
Limitare lo stress psico-fisico ed evitare l’uso improprio di farmaci.
Il nostro cervello ospita una centralina fondamentale: l’ipotalamo. Funziona come un giudice severissimo: valuta se il corpo della donna è in salute ed è nelle condizioni idonee per sostenere una gravidanza. In presenza di forte stress, malnutrizione o bruschi cali di peso, l’ipotalamo risponde bloccando l’ovulazione per proteggere l’organismo.
Per quanto riguarda i trattamenti di “ringiovanimento ovarico” (come le infiltrazioni di plasma ricco di piastrine – PRP), si tratta di protocolli ancora sperimentali. Nel nostro centro al Policlinico Gemelli manteniamo un atteggiamento cauto: non li raccomandiamo nella pratica clinica quotidiana poiché mancano ad oggi evidenze scientifiche adeguate e consolidate.
Diversamente, sul fronte della nutrizione e della supplementazione, gli inositoli vantano buoni riscontri in letteratura scientifica. Aiutano a modulare i derivati dell’insulina (i fattori di crescita insulin-like), che se in eccesso a causa di dieta scorretta o sovrappeso possono alterare la regolare maturazione dell’uovo.»

Gli ostacoli alla fertilità e come intervenire
Quali sono le principali cause che impediscono il concepimento e quali soluzioni offre la medicina?
«Possiamo riassumere i fattori principali in cinque punti:
-
Mancanza di ovulazione (femminile): cicli anovulatori o irregolari si possono correggere con terapie farmacologiche mirate o metodiche di monitoraggio follicolare.
-
Cattiva qualità ovocitaria (femminile): non esistono farmaci risolutivi per ringiovanire le uova; oltre agli integratori di supporto, in casi prescritti la soluzione medica è rappresentata dalla fecondazione eterologa.
-
Danno o ostruzione delle tube (femminile): causato da infezioni, pregressi interventi o endometriosi. In casi selezionati si ricorre alla chirurgia riproduttiva (salpingoplastica) o direttamente alle tecniche di fecondazione in vitro (FIVET).
-
Anomalie della cavità uterina (femminile): polipi, fibromi sottomucosi o malformazioni come l’utero setto. Si risolvono con successo attraverso la chirurgia mininvasiva o ricostruttiva (isteroscopia operativa o metroplastica).
-
Fattore maschile: anomalie nei parametri dello spermiogramma (numero, motilità o morfologia). Se causate da varicocele si interviene chirurgicamente; in caso di lieve dispermia si impiegano integratori specifici (carnitina, coenzima Q10) oppure si valuta l’inseminazione intrauterina (IUI).»
Spesso nei forum si legge che la presenza di un utero fibromatoso sia una conseguenza fisiologica delle gravidanze. È così?
«No, è una diceria del tutto priva di fondamento. L’utero tende a diventare più fibroso con il progredire dell’età della donna, poiché la componente muscolare viene parzialmente sostituita da tessuto fibroso (un po’ come un maglione che con il tempo tende a infeltrirsi). Non ha alcuna correlazione con l’aver avuto o meno delle gravidanze e di per sé non impatta negativamente sulla ricerca della gravidanza.»
Il messaggio alle coppie
Qual è il messaggio o il consiglio che si sente di dare a una donna o a una coppia che a 40 anni decide di cercare un figlio?
«Mi sento di incoraggiarli caldamente e di invitarli ad avviarsi a questo percorso, che ritengo sia una delle esperienze di maggiore gratificazione della vita. L’investimento in un figlio è il più alto in senso etimologico ed umano. È fondamentale affrontarlo con la consapevolezza biologica dell’età, ma con grande serenità e fiducia, affiancandosi a professionisti di fiducia e senza mai smettere di coltivare speranza e tranquillità.»
L’Esperto

Prof. Tullio Ghi
Medico chirurgo, specialista in Ostetricia e Ginecologia con oltre venticinque anni di esperienza clinica e scientifica. È Professore Ordinario presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore della UOC di Ostetricia e Patologia Ostetrica della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma. Riconosciuto a livello internazionale come punto di riferimento nella diagnosi prenatale, nella gravidanza ad alto rischio e nella medicina riproduttiva.
